“… ragione a chi è nel giusto e torto a chi è colpevole.”!

“[1] «Quando degli uomini avranno una lite, andranno in giudizio e saranno giudicati. Sarà data ragione a chi è nel giusto e torto a chi è colpevole. [2] Se il colpevole avrà meritato di essere frustato, il giudice lo farà gettare a terra e colpire in sua presenza con un numero di frustate proporzionato alla gravità della sua colpa. [3] Gli farà dare non più di quaranta frustate, per timore che tuo fratello resti disonorato agli occhi tuoi, qualora si oltrepassasse di molto questo numero di colpi.”.

Nel leggere queste parole della Legge che Mosè ribadì qui, nel Deuteronomio, prima che il popolo entrasse nella terra promessa, davanti ad espressioni che sembrano apparentemente del tutto scontate, come il dare ragione a chi ragione e torto a chi ne ha … probabilmente rischiamo di trascurare o dimenticare completamente che questi aspetti che la Legge sottolineava, non erano affatto la normalità nel comportamento umano e quindi nell’atteggiamento delle persone … non lo era allora, tantomeno lo è oggi.

Sappiamo bene che non è affatto scontato che venga data ragione a chi è nel giusto e torto a chi è colpevole, certo così dovrebbe essere, ma non lo è perché la nostra tendenza naturale è il nostro cuore corrotto, fanno sì che anche il sistema umano sia corrotto, perciò lo è la giustizia, lo sono i rapporti sociali e lo sono gli atteggiamenti.

Anche leggere delle frustrate che venivano comminate e quindi usate per punire il colpevole, cioè verso colui che aveva torto o che aveva tentato di imbrogliare, o che aveva rubato o che in un litigio mentiva … ci sembra di trovarci davanti ad una barbarie, una cosa inaccettabile alla nostra mentalità moderna. Ti pare?

In realtà, non solo dobbiamo ricordarci di quale fosse la cultura in quel tempo, quali fossero le consuetudini e anche le pene nell’applicazione della giustizia … ma dobbiamo stare attenti a non dimenticare che il punto di forza di quel periodo storico in Israele, nella giurisprudenza e quindi nell’amministrare la giustizia (come vediamo lungo tutta la Legge che stiamo percorrendo, meditando il libro del Deuteronomio), era proprio il fatto che il sommo Giudice era Dio stesso.

Cioè, ciò che sarebbe impensabile in un contesto monarchico, ma anche democratico, cioè l’impossibilità di avere l’assoluta certezza che quella giustizia fosse davvero giusta e che venisse applicata, è invece possibile vederlo realizzato proprio in un contesto teocratico, dove Dio è il Re e il Legislatore.

Ovviamente, non mi sto riferendo ai governi che pretendono di gestire in nome di un proprio presunto dio il proprio modo di amministrare la nazione (pensa all’estremismo islamico, alle nazioni che fondano la loro costituzione sulla legge religiosa), ma mi riferisco al periodo storico e teocratico in Israele, nel quale Dio stesso regnava sul popolo, usando i Suoi amministratori (Mosè, Giosuè). Era infatti Dio stesso che sorvegliava, agiva e interveniva nell’applicazione della giustizia.

Quindi, il dubbio su chi avesse torto o chi ragione non si affrontava, come oggi, basandosi sulla scaltrezza e la capacità persuasiva di un avvocato, capace magari di far assolvere il peggiore dei colpevoli, ma si trattava di una verifica che Dio stesso faceva, garantendo così che fosse smascherato colui che mentiva e che fosse giustamente punito il colpevole, assolvendo l’innocente.

Credo sia difficile per noi da immaginare, sarebbe come una sorta di sogno in cui Dio e lì che smaschera la menzogna, che mette in luce la verità, che premia il virtuoso e punisce il colpevole.

In realtà, ho pensato che questa è una meravigliosa maniera di proiettarci nei criteri del Regno di Dio, inaugurato da Gesù e che si realizzerà appieno alla fine dei tempi … ma è anche una sfida per ciò che potrebbe essere la vita all’interno del popolo di Dio, di coloro che Lo amano, Lo temono, Lo conoscono personalmente, mostrando quanta differenza ci può essere nel vivere un’esistenza nella quale la presenza di Dio, la coscienza della Sua valutazione del nostro cuore, il fatto che Egli veda i nostri pensieri, i nostri propositi, le nostre vere motivazioni, dovrebbe produrre in noi una profonda revisione del nostro comportamento.

Si tratta di una visione della vita nel “qui e ora”, cioè del come viviamo adesso alla luce dei criteri del Regno di Dio e del come il nostro quotidiano può essere illuminato dalla prospettiva dell’eternità, dalla logica della Legge di Dio applicata, vissuta e compiuta da Cristo … già qui ed ora, con i criteri che il sermone di Gesù sul monte ci ricorda … un modo di vivere nel quale davvero la presenza di Dio, la coscienza dell’opera dello Spirito Santo, per quanto misteriosa, e la novità della vita iniziata in Cristo, grazie a Cristo, possano farci vivere nel presente, nel nostro quotidiano, un radicale e differente modo di affrontare la vita la, cioè vivere nella verità, rifiutando ogni forma di menzogna e di abuso.

Un ultimo e interessante aspetto che rilevo in questo brano è che, visto il periodo ed il contesto culturale, anche se fra le punizioni era prevista la fustigazione, resta il fatto che nella Legge di Dio mai si dimenticava il rispetto della dignità della persona, anche quando era colpevole.

Notiamo quel limite, riconosciuto in quel tempo, che rappresentava il confine entro il quale rispettare la dignità dell’essere umano, infatti non andava superato ed erano appunto le 40 frustate.

Certamente si trattava di una punizione pubblica ed era un’importante deterrente nella vita è nel comportamento del popolo, ma nulla aveva che fare con quegli spettacoli tristi e drammatici che spesso la cinematografia mette davanti ai nostri occhi, nella loro ricostruzione storica, riguardo all’antica applicazione della giustizia, quando gli abusi erano all’ordine del giorno.

Deuteronomio sta appunto descrivendo l’applicazione della Legge nel tempo in cui era Dio stesso il garante della sua applicazione, superando il limite umano dell’insondabilità della mente e del cuore dell’altro, perché Dio stesso garantiva che si desse ragione a chi era nel giusto e torto a chi era colpevole!

Questa è la differenza radicale che distingue l’applicazione della giustizia nel popolo di Dio da quella che invece, molto sommariamente, spesso in maniera spudoratamente corrotta, sì vuole applicare in una società umana nella quale Dio è escluso, non è affatto il legislatore supremo, né il sommo Testimone, né tantomeno Colui che interviene per assicurare un’applicazione impeccabile della giustizia …

Una Giustizia vera che però Dio applicherà un giorno, ci piaccia o no …

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Chiesa Evangelica Isola

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