[13/02, 06:05] Sergio D’Ascenzo: Geremia 20:14-18

“Perché non sono morto quando ero ancora nel grembo materno?”

“[14] Maledetto sia il giorno che io nacqui! Il giorno che mia madre mi partorì non sia benedetto! [15] Maledetto sia l’uomo che portò a mio padre la notizia: «Ti è nato un maschio», e lo colmò di gioia! [16] Sia quell’uomo come le città che il Signore ha distrutte senza pentirsene! Oda egli grida al mattino e clamori di guerra a mezzogiorno. [17] Perché non sono morto quando ero ancora nel grembo materno? Così mia madre sarebbe stata la mia tomba e la sua gravidanza senza fine. [18] Perché sono uscito dal grembo materno per vedere tormento e dolore, per finire i miei giorni nella vergogna?”.

Questo lamento di Geremia è duro, toccante … ci aiuta a capire un po’ della sofferenza che ha provato nel prendere coscienza sempre più di quello che aspettava il suo popolo a causa del giudizio di Dio, vista la sua ostinazione nel peccato, la sua idolatria, la sua malvagità …

Più riceveva dal Signore rivelazioni e quindi parti, aspetti di quella profezia, più soffriva … Il tutto era acuito dal ricorrente invito del Signore al ravvedimento, che però il popolo continuava a rifiutare, a disprezzare, dimenticando non solo chi era il proprio Creatore, ma anche la loro totale dipendenza da Lui!

Così, in quella grande sofferenza, Geremia è preso dallo sconforto e maledice il giorno della sua nascita! Avrebbe preferito non nascere affatto piuttosto che subire una tale sofferenza interiore, a causa degli ciò che stava accadendo al suo amato popolo!

“Maledetto sia il giorno che io nacqui! Il giorno che mia madre mi partorì non sia benedetto!”

Quando sentiamo espressioni del genere capiamo un po’ meglio la sofferenza di chi le esprime … Quando vediamo la disperazione di un genitore che sta perdendo un figlio, ci facciamo una vaga idea di quanto stia soffrendo …

Questo ‘grido’ di sofferenza di Geremia ci aiuta a capire quanto fosse coinvolto, partecipe della loro sorte … Forse facciamo fatica a capire questa solidarietà col popolo, perché non viviamo altrettanto, non lo viviamo allo stesso modo … Ma possiamo provarci, pensando appunto alla perdita di una persona cara, al senso di smarrimento davanti ad una morte di una persona che amiamo, ma che non vuole ravvedersi … Vediamo la sua triste fine sottolineata dalla sua ostinazione … (14-16)

In quel momento di strazio, di profonda sofferenza, Geremia fa fatica a capire il piano di Dio e perciò si rammarica di non essere nato morto, di non essersi così risparmiato di assistere impotente a tanta sofferenza, dovuta a tanta ottusità! (17)

Per Geremia, il rammarico della Sua nascita era dovuto al fatto che, per quanto come profeta fedele non stesse condividendo il loro peccato, la ribellione del popolo, quello restava comunque il suo popolo e la sua fine lo metteva in una condizione di angosciosa vergogna!
Aveva fatto di tutto, perfino subendo la persecuzione e la prigione, ma niente poteva togliergli quel dolore nel vedere il suo popolo senza più speranza!

Mi ha fatto riflettere su quanto sentiamo noi il dolore per la sofferenza che aspetta coloro che rifiutano il Vangelo … Quanto ci adoperiamo ed insistiamo nel tempo per annunciare loro che in Gesù hanno ancora speranza o ci siamo rassegnati?

Signore, ti prego, salva i nostri cari, i nostri parenti, il nostro popolo …

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